AccediRegistrati

Dentro Tot, così è nata una startup

Redazione Tot
21 settembre 2022
Dentro Tot, così è nata una startup
linkedIn-primarytwitter-primaryfacebook-primary

Continuano le “interviste” tutt’altro che riverenti del nostro stagista marketing, Luca. Oggi vi proponiamo la conversazione semi-seria con Bruno Reggiani (B), co-founder e COO di Tot. Tra il serio e l’irriverente, attraverso l’esperienza di Bruno ci rivolgiamo idealmente anche e soprattutto a quelle studentesse e quegli studenti desiderosi di conoscere qualcosa in più dell’ecosistema startup italiano ed europeo. Chissà, magari stiamo già parlando ai founder dei prossimi unicorni italiani!

L: Ciao Bruno, hai visto che il capo ha fatto pubblicare la mia “intervista”?

B: Ho visto Luca, ho visto… e nonostante tutto vedo che sei ancora dei nostri, eheheheh :-)

L: Mi impegnerò ad essere più simpatico con te, per esempio non ho capito bene: come mai dopo le esperienze internazionali col Fintech hai deciso di fondare una startup?

B: Beh, intanto quando avevo la tua età appena uscito dall’università mi sono fatto le ossa nel mondo del venture capital, e poi l’esperienza con Penta mi ha davvero portato a vedere il Fintech da un altro punto di vista.

L: Sì, Bruno, ma sicuro di averci visto bene? Siamo in Italia e tu “sei troppo giovane” (cit)…

B: Siamo nel posto giusto. Ed è qui che ho incontrato le persone che sarebbero diventati i co-fondatori di Tot, Doris Messina e Andrea Susta. Io volevo a tutti i costi lanciare una startup, avevo già qualche idea e la maturità giusta ma non avevo i capitali, anche perché se c’è qualcosa che distingue una Fintech da altre startup è proprio la barriera d’ingresso, che è alta, non solo in termini economici. Poi dall’incontro con Doris e Andrea tutto ha iniziato a prendere forma e correre…

L: Quando è scoccata la scintilla?

B: Uhm… probabilmente io sarò stato il carburante di questa iniziativa imprenditoriale. La combustione è avvenuta perché la scintilla ce l’hanno messa loro, e poi il motore, che stiamo costruendo insieme. E così siamo arrivati qui, a costruire insieme una Challenger Bank con un simpaticone come te ed una squadra davvero fantastica che vuole provare a fare una piccola rivoluzione nel mondo dei conti correnti business.

Come le banche, ma più leggeri (e veloci)

L: Eccolo qua, “Challenger Bank” … Amico mio, ricordati che poi devo far leggere l’intervista non solo agli esperti come te!

B: Ok, allora scrivi che stiamo costruendo non una banca ma un’azienda tecnologica che semplifica ai professionisti, alle aziende e a chiunque abbia una Partita IVA, la gestione dei loro soldi ed avere ogni giorno una relazione sempre migliore col denaro. Ah, e tutto ciò senza essere una banca “pesante” ma utilizzando la tecnologia, il cosiddetto “Bank as a Service” che ci permette di concentrare le nostre energie sul prodotto e sul cliente.

L: Quindi le banche non servono più?

B: Il concetto è proprio la startup non tanto la banca. Probabilmente in futuro le banche non saranno necessarie ma il banking sì, come diceva Bill Gates. Tutto è cambiato dalla PSD2 in poi (ovvero la direttiva europea che ha “liberalizzato” l’accesso ai servizi finanziari in Europa, aprendolo alle “terze parti” anche non bancarie, ndr).

Fare startup in Italia

L: Bruno, siamo pur sempre in Italia! Do you know “burocrazia?”

B: La cosa divertente è che anche in Germania mi dicevano che la burocrazia era il primo problema… Poi se vai in Francia e ti dicono la stessa cosa. Insomma, Luca: le regole esistono. Il nostro ruolo di startupper è quello di cercare di facilitare il cammino quotidiano all’interno di questa burocrazia, eliminando il più possibile gli ostacoli. E non solo di natura tecnologica.

L: Ecco, ora parlami da startupper. Quali sono le differenze tra il nostro e gli altri ecosistemi europei?

B: Ci sono molte differenze, tra punti di forza e debolezze. Le idee nascono in Italia come in Francia, Germania, eccetera. Il problema, poi, è sempre il tessuto nelle quali vuoi declinarle . Berlino, città molto grande e quindi con potenziale domanda molto alta, ed anche costi bassi, ha certamente generato, prima, e beneficiato poi, di un grande caso di successo, ovvero Rocket Internet. Così è diventato un hub di innovazione. A Parigi, di contro, è lo Stato che ha fortemente spinto politicamente e, soprattutto, finanziariamente la nascita di nuove imprese. Pensa a Macron che da anni parla pubblicamente di investimenti in startup e innovazione tecnologica. Ecco, in Italia la situazione è un po’ diversa. Abbiamo avuto qualche grande impresa digitale, ma gli attori del venture capital sono pochi, c’è poca concorrenza nel VC, e questo crea meno occasioni per le startup di emergere. Milano è l’hub italiano dell’innovazione, a Roma e in altre città ci sono potenziale e volontà, ma siamo lontani dalle condizioni ambientali dei due hub che ho citato prima. C’è da dire che Milano ad oggi ha certamente più possibilità e alcuni di noi hanno partecipato ad altre startup anche internazionali, crediamo di sapere come si fa, e ci proviamo da qui.

L: Oggi fa tanto figo dire “faccio lo startupper”, diciamolo: sei un imprenditore. E hai co-fondato una nuova azienda praticamente in piena pandemia. Ma usciremo dall’emergenza e stanno cambiando di nuovo le regole, per esempio quelle sullo smart working…

B: Fare l’imprenditore non è facile, ma bisogna stare alle regole del gioco. E, come dicevo prima quando parlavamo della burocrazia, provare anche un po’ a trovare soluzioni e spazi nuovi. Noi siamo nati sotto pandemia, è vero, e proprio per questo già un’azienda “leggera”che ha adottato fin da subito lo smart working. Tutti in Tot lavoriamo in smart per due giorni a settimana, e nel periodo estivo, ad esempio, chi non era in ferie aveva la possibilità di lavorare in full remote. Ci sono alcuni vantaggi a lavorare in un’azienda piccola e dalla mentalità aperta, che fa pari con l’alta quantità di responsabilità che ogni individuo che compone questa società ha! Se ti piace questa mentalità, è dannatamente divertente

L: Ma non ci sono dei rischi a rimanere un’azienda “leggera”?

B: Molti task sono fatti bene anche da remoto. Poi ovviamente la fisicità serve, serve fare squadra, conoscersi, eccetera. Per questo ci siamo dati due giorni a settimana di remote e non novanta giorni l’anno. Se lavori in una startup dove non sei incasellato con dei “doveri fissi” quotidiani, c’è anche molto più legame con quello che è il tuo lavoro. Oggi si parla in giro per il mondo anche di accorciare la settimana lavorativa: a me piace pensare, più semplicemente, che lavorare perché sei obbligato non è sano. E il giorno che mi sentirò obbligato a lavorare sarà un brutto giorno.

L: Prima di salutarci… sai del mio guru, Elon Musk. mi dici quali sono i founder ai quali ti ispiri di più?

B: Ah questa la vinco facile, perché non sento il bisogno di guardare lontano. Leonardo Del Vecchio, Ferrero, gli imprenditori dell’economia “reale”. Sono i risolutori di problemi. Lavorare è risolvere problemi, l’imprenditore è colui che risolve i problemi e si fa pagare per farlo.

linkedIn-primarytwitter-primaryfacebook-primary

Post correlati

Perché i dati dovrebbero importare alle aziende quanto i soldi
Fintech7 min.

Perché i dati dovrebbero importare alle aziende quanto i soldi

Quali e quanti dati devono essere protetti dalle aziende, e perché? Spoiler: non è solo una questione di sicurezza, ma pensare diversamente il patrimonio aziendale. E le sanzioni (pesanti) non sono il rischio maggiore: una multa si paga, ma la reputazione persa non si può ricomprare.
Leggi di più
Conto aziendale con IBAN italiano, perché conviene?
Product

Conto aziendale con IBAN italiano, perché conviene?

Dal 2014 l’IBAN è lo standard per i bonifici scelto dalle banche di tutta Europa.

Conto aziendale Tot

Visa Business inclusa, 100% online!

Scopri di più
tot
  • Blog
  • Corporate